Edifici principali
 Casa dell’albergo (Insula II)
L’abitazione con un doppio ingresso si estende per una gran parte dell’ ”Insula III”,,rivelandosi una delle più signorili case ercolanesi affacciate sulla marina. L’edificio, identificato in passato erroneamente come un albergo, non si presenta del tutto leggibile a causa degli scavi per cunicoli di epoca borbonica. Possiamo tuttavia riconoscere le seguenti parti:
1- l’atrio con sulla destra l’unico impianto termale privato, con affreschi in II stile,rinvenuto all’interno di una abitazione ercolanese;
2- il peristilio con un giardino realizzato ad un livello più basso rispetto al piano del porticato;
3- una grande terrazza rettangolare con porticato formato da pilastri rettangolari;
4- gli ambienti del piano sottostante solo parzialmente scavati e realizzati sul pendio del promontorio.
 
Casa d’Argo (Insula II).
L’abitazione prende il nome da un quadro con “Io ed Argo” rinvenuto in un ambiente affacciato sul peristilio,il cui porticato presenta colonne e semicolonne su pilastro, realizzate in tufo e mattoni, ricoperte di stucco. La scoperta della Casa d’Argo da parte dell’archeologo Carlo Bonucci tra il 1828 ed il 1830 destò notevole interesse,in quanto per la prima volta ritornava alla luce il piano superiore di una abitazione, che si estendeva mediante una balconata sul marciapiede del Cardo III con la suppellettile domestica ed i commestibili ancora al loro posto in mobili e scaffali di legno.
 
Casa del Genio
Così chiamata per un amorino alato o genietto che decorava un candelabro di marmo. A lato dell’ingresso si aprono alcuni ambienti,che precedono un giardino con vasca rettangolare al centro,circondato da un vasto peristilio. Da questi ambienti è possibile vedere il sistema degli scavi a pozzo e cunicoli adottato nel 1700 dai Borboni.
 
Casa dello Scheletro (Insula III )
Prese il nome dal rinvenimento effettuato nel 1831 in una stanza del piano superiore di uno scheletro con vicino un vaso di bronzo. La casa, probabilmente nata dalla unione di tre abitazioni, rivela per raffinatezza dei pavimenti in "opus sectile" marmoreo e della decorazione pittorica di aver avuto un agiato proprietario. Sul lato sinistro dell’atrio sono due piccoli ninfei, realizzati con incrostazioni calcaree e tessere in pasta vitrea.
 
Terme Centrali o del Foro ( Insula VI )
Gran parte dell’Insula VI è occupata da un impianto termale, risalente agli inizi del I secolo d.C., suddiviso in reparto maschile e femminile; sulla sinistra è un ambiente circolare con volte dipinte con un fondo marino popolato di pesci e vasca con gradino (frigidarium), sulla destra sono il "tepidarium ed il calidarium. Il reparto femminile, preceduto da una sala di attesa, presenta in successione l’ "apodyterium", con elegante mosaico raffigurante Tritone, il tepidarium, il calidarium con vasca per immersioni.
In particolare la costruzione delle terme, come quella di tutti gli altri edifici pubblici noti ad Ercolano, risale all’epoca giulio-claudia. Le facciate lungo il cardo IV e il decumano inferiore sono in opus reticulatum, i rimanenti muri perimetrali e le volte in opus incertum di tufo giallo. Il sistema simmetrico delle sezioni maschile e femminile ripete, con qualche ritocco e correzione, lo schema un po’ più ridotto e meno organico delle Terme del Foro a Pompei. L’ingresso dal cardo IV al reparto femminile, non così vasto come quello maschile, ma  è decorato con cura. Si entra subito nella sala di attesa con sedili in muratura addossati alle pareti, per una capienza di 40-50 persone. Il mosaico bianconero dall’altro lato del corridoio, nell’apodyterium, provvisto di mensole per il deposito dei vestiti, raffigura un Tritone con timone sulla spalla sinistra, tra fauna marina e un amorino con frusta. L’abile mosaicista, qui all’opera, sarà stato coadiuvato da un aiutante, responsabile della brutta copia di questo Tritone nel tepidarium maschile, nell’altra parte dei bagni. Le lumeggiature sul corpo del Tritone, e le code a spirali, scaturiscono da una visione naturalistica, che traspare anche dai dipinti contemporanei di quarto stile. Il mosaico nell’attiguo tepidarium raffigura una rete di meandri e quadrati, tutti con un motivo diverso: tridente, foglia d’edera, girandola, falli contro il malocchio nella zona vicino alle porte. Il riscaldamento avveniva mediante l’uso di bracieri. Il calidarium presenta invece le solite suspensurae per la circolazione del fumo caldo, attivata da canne fumarie fredde contigue anche alla palestra. La vasca per immersioni, attigua al praefurnium, comunica mediante un canale scoperto (lungo la parete di fondo) con il labrum, che stava nella nicchia dalla parte opposta della sala. Le fistule furono asportate dagli scavatori borbonici. Come nelle altre sale termali, la volta è rivestita di un’efficace strigilatura che canalizza l’acqua di condensa. Per la visita del reparto maschile bisogna girare l’insula, imboccando il cardo III. Accanto all’ingresso si apre con entrata indipendente l’anticamera della latrina, pulita con l’acqua di spurgo defluita per una conduttura di piombo dal retrostante frigidarium. Entriamo nell’area balneare per la porta in fondo a sinistra del corridoio lasciandoci alle spalle il portico. La vasca nella nicchia dell’apodyterium, alimentata dalla conduttura pubblica, e la vicina vaschetta sistemata nell’angolo in fondo a sinistra servivano per le abluzioni preliminari. Di qui passiamo al frigidarium circolare a pareti rosse, con candelabri e vasi agonistici e quattro nicchie gialle sotto la cupola a fondo azzurro con pesci. La vasca doveva rispecchiare,quand’era piena,i pesci dipinti sulla cupola. Il pavimento del tepidarium, sorretto da suspensurae, è mosaicato con la brutta copia del Tritone raffigurato nell’apodyterium femminile, raffigura un anello, dal quale pendono un aryballos (vasetto globulare per unguenti profumati) e due strigili (strumenti per detergersi dopo gli esercizi ginnici). Alle spalle dei caldaria sono il praefurnium e il pozzo, che con il sistema della ruota idraulica attingeva l’acqua a 8,25 m. di profondità. L’ingresso posteriore dello stabilimento dava anche accesso alle scale dell’appartamento degli addetti al servizio,diviso ugualmente in due settori.
 
Collegio degli Augustali ( Insula VI )
L’edificio, sede degli Augustali che avevano il compito di curare il culto per l’imperatore, presenta una pianta quasi quadrata con quattro colonne centrali. Al centro della parete di fondo vi è una cella con pavimento in "opus sectile" marmoreo ed affreschi del IV stile con i due grandi quadri raffiguranti "Ercole, Giunone e Minerva" e "Ercole e Acheloo". A destra della cella è ricavato uno stanzino dove era il custode, il cui corpo fu trovato disteso sul letto.
 
Casa del salone nero (Insula VI)
Casa di L. Venidius Ennychus, agiato liberto di modeste origini, o gestita da questi per il patrono. Sul suo conto ci informa l’archivio di venti tavolette cerate recuperate in un ambiente rustico del quartiere dell’atrio relative alla sua eleggibilità augustale, che qualcuno aveva messo in dubbio. La casa che conserva tuttora gli stipiti e l’architrave di legno del portale carbonizzati, è la classica domus con vestibolo, atrio ad alae, tablino e peristilio. Le colonne del peristilio sono disposte in modo tale da favorire la vista del giardino dalle stanze contermini. Il salone “Nero” in fondo a destra del peristilio, è dipinto in un tipico quarto stile molto raffinato, ripreso nelle due “diaetae” a volticina tra piattabande minuscole; tutti questi ambienti sono pavimentati a mosaico bianco. Il peristilio invece un pavimento a mosaico nero. Da vedere sono inoltre il sacello in legno dei Lari a capitelli corinzi di marmo e il trapezoforo con Dioniso giovane di marmo rosso, esposti nel salone nero, e l’altro trapezoforo, con un Dioniso arcaizzante nella “diaeta”. In una semicolonna del peristilio, vicino al tablino venne graffito il prezzo dello spurgo di un pozzo nero: exemta ste(r)cora a(ssibus) XI.
 
Casa di Nettuno ed Anfitrite, bottega vinaria ( Insula V )
Accanto alle lussuose dimore patrizie, non meno belle e di più intima umanità, sebbene più semplici, sono le case del ceto borghese che, a volte arricchitosi con l’esercizio del commercio, non abbandona la bottega associata alla stessa abitazione, come nella casa di Nettuno ed Anfitrite. La bellezza dell’interno, la grandiosità dell’atrio, la ricchezza di alcuni ambienti, rivelano il gusto raffinato del suo proprietario. La parte più interessante di questa casa è senz’altro costituita dal cortiletto interno che reca nelle pareti una decorazione musiva molto bella e di vivace effetto cromatico, raro esempio dell’arte musiva parietale, assai diffusa nell’antichità, ma completamente perduta. Al centro si trova un triclinio in muratura rivestito di marmo. La parte di fondo reca un nifeo, formato da una nicchia centrale e due nicchiette rettangolari laterali; sopra la zona delle nicchie è sistemato il serbatoio che alimentava la fontana, posta in mezzo ai banconi del triclinio. Eleganti tralci di vite che sorgono dal basso decorano gli stipiti delle nicchie, mentre festoni di foglie e frutta, scene di caccia con cervi e cani ornano il fregio. La cornice che corre in alto, riproduce le maschere di Oceanus e di Chimere, circondate da fiori. Nella parete di fronte all’ingresso della casa si distende, invece un grande quadro musivo, dove sono rappresentati, entro un padiglioncino a conchiglia, l’uno accanto all’altra, Nettuno e Anfitrite. La posa statuaria e l’accademica compostezza delle figure sono ravvivate dall’eccezionale policromia del mosaico, ricco di freschezza e di vivacità. Siamo di fronte ad uno schema architettonico tipico dei grandi ninfei delle ville marittime imperiali e private. Oltre al cortile, sul fondo dell’atrio, si trovano il tablinum ed una sala da ricevimento o da pranzo. Al di sopra era il piano superiore, le cui stanze sono visibili dalla strada, essendo crollato il muro di prospetto in seguito al terremoto che accompagnò l’eruzione o all’urto provocato dal fiume di fango. Dello stesso proprietario dell’abitazione è la bottega vinaria, la più conservata con tutto l’arredo intatto.
 
Casa del Gran Portale ( Insula V )
Così chiamata per il portale a semicolonne,piattabanda e cornicione a mensole di laterizi,sicuramente il più bello che ci abbiano restituito gli scavi di Ercolano, fiancheggiato da semicolonne di laterizi, originariamente stuccate e dipinte in rosso e sormontate da capitelli in travertino ornati dalle figure di vittorie alate. La casa presenta una pianta anomala, inserita com’è nello spazio ricavato dal peristilio ceduto dagli abitanti della casa Sannitica con reimpiego delle colonne scanalate di tufo nell’ampio vano che apre dietro le fauci. Il cortiletto subito a sinistra dell’ingresso doveva servire da pozzo di luce, raccogliere l’acqua piovana e creare l’illusione di uno spazio verde mediante la pittura di giardino estesa su due pareti. Le pitture di VI stile sono di estrema finezza. Il triclinio presenta un quadro raffigurante una scena dionisiaca della quale non si conoscono ora le repliche, con il vecchio Sileno seduto con due satiri, che osserva la coppia di Arianna e Dioniso, giovane nudo imberbe, ai piedi di una colonna con divinità.
 
La Palestra e la sala absidata
Sorta su un ampliamento dell’area urbana appositamente livellato,la palestra di Ercolano (scavata su tre lati) risulta di un terzo più piccola della Palestra grande di Pompei. L’ingresso del vestibolo monumentale è evidenziato da due colonne. Frammenti della volta crollata (ora depositati nella sala a destra della sala centrale absidata) ne mostrano la decorazione a cielo stellato. L’area scoperta della Palestra, alberata con piscina, era circondata da un quadriportico con colonnato corinzio e dalla parte del decumanus maximus, dal criptoportico con loggia soprastante. Il centro della piscina cruciforme era marcato da una fontana di bronzo a forma di Idra a cinque teste, avvinghiata a un albero: si tratta del noto mostro combattuto da Eracle, mitico fondatore di Ercolano. Il vivaio di pesi rettangolare, con anfore (per la deposizione delle uova) incassate nei lati, trovato ricolmo di scarichi anteriori al 79 d.C., fu abolito dopo la chiusura della parete a semicolonne del criptoportico. La sala centrale absidata, alta m. 8,90 e preceduta da un colonnato, rialzato di più di un metro in funzione dell’ingresso monumentale a timpano,aveva il pavimento e lo zoccolo rivestiti di marmi colorati; il podio nell’abside era destinato a una o più statue colossali di culto o onorarie. Esse non sono state recuperate, ma dovevano raffigurare membri della famiglia imperiale giulio-claudia, della cui protezione godeva l’associazione dei giovani che si allenavano nella palestra. L’unico oggetto rinvenuto in questa sala è il tavolo di marmo, usato per il culto o come mensa agonistica per le premiazioni a conclusione dei ludi ginnici menzionati nella dedica dell’ara funeraria di M. Nonius Balbus. Le sale laterali, dipinte a fondo bianco lucente, offrono uno dei migliori esempi di affreschi in terzo stile.
 
Casa del rilievo di Telefo (Insula orientale)
E’ la più grande e lussuosa delle case del quartiere meridionale ed anche la più singolare per la pianta fortemente obliqua resasi necessaria per adattare la costruzione all’irregolarità del terreno. L’atrio di forma inconsueta e più vicino agli schemi dell'architettura ellenistica, è circondato da un portico con in alto le stanze del piano superiore e al centro una vasca quadrangolare dagli alti bordi in luogo dell’impluvio. Le pareti e le colonne recano una decorazione su fondo rosso ed un gruppo di oscilla marmorei, raffiguranti temi dionisiaci e teatrali. Da questo settore della casa un corridoio in discesa conduce al lussuoso quartiere del piano sottostante, orientato obliquamente rispetto al primo. Qui il peristilio a colonne in laterizio circonda un ampio giardino, che ha nel mezzo una vasca rivestita d’intonaco a fondo azzurro. Sul peristilio si aprono stanze che potevano essere da pranzo, da ricevimento o da riposo: di queste la più ampia e più bella è quella che si orna di una decorazione marmorea di eccezionale bellezza. La sala conserva il rivestimento dello zoccolo, dove pannelli orizzontali e verticali sono alternati a lastre di cipollino (africano), circondati da fasce e interrotti da piccoli pilastri di colonne con capitelli corinzi. L’uso di marmi colorati, la ricchezza della decorazione, l’eleganza dei motivi architettonici e geometrici dimostrano lo stato di particolare agiatezza e il gusto raffinato del proprietario della casa che doveva essere adorna di numerose altre opere travolte e disperse dalla furia dell’alluvione. In un piccolo ambiente adiacente al sontuoso salone fu rinvenuto un rilievo d’arte neoattica dove è rappresentato il mito di Telefo (figlio di Eracle ed eroe eponimo di Ercolano), da cui il nome della casa. Ugualmente pregevoli sono i due rilievi con quadrighe trasportati dalla fiumana fangosa da un altro edificio e ricomposti da numerosi frammenti. Essi sono esposti nell’atrio della casa e simboleggiano l’avvicendarsi del giorno e della notte nelle personificazioni di Phosphoros ed Hesperos su quadriga. La casa che nella forma attuale risale all’età augustea, fu ampiamente restaurata dopo il terremoto del 62 d.C.; fu allora che venne costruito il pluteo con incavo per piante sull’impluvio di marmo dell’atrio; un atrio concepito come una specie di peristilio per le colonne che sorreggono non i quattro spioventi, ma le stanze del piano superiore, come in alcune case ellenistiche della Grecia (Delo).
 
Casa dei Cervi ( Insula IV )
Tra le più eleganti abitazioni del fronte a mare presentava il giardino decorato dalle famose sculture marmoree del Satiro con otre, dell’Ercole ebbro e dai gruppi di cervi assaliti dai cani. Il giardino,con ingresso sormontato da un frontone decorato da un mosaico con tiaso di amorini, risulta delimitato da un quadriportico affrescato con sistemi decorativi architettonici ed oltre 60 quadretti raffiguranti scene di Amorini, nature morte e paesaggi architettonici,in parte staccati in epoca borbonica. Il lato affacciato sul mare presenta una pergola con al centro una "trapeza" marmorea.